Nel silenzio generale, il rastrellamento finale è già cominciato.
Oltre 1.000 abitanti di Gaza sono già stati espulsi dalla Striscia all’inizio di marzo.
Altri 600 stanno partendo in queste ore, secondo la tv pubblica israeliana Kan.
Malati, feriti, famiglie spezzate.
Condotti uno a uno al valico di Kerem Shalom, ispezionati, poi instradati verso Rafah, il Ponte di Allenby in Giordania o l’aeroporto di Ramon, nel deserto del Negev, vicino a Eilat, nel sud di Israele.
Una volta fuori, viene detto loro: “Non è certo che potrete mai tornare.”
Nel frattempo, mentre voi vi dividete sulle proteste anti-Hamas a Gaza, pagate da Ramallah e Tel Aviv,
come se i palestinesi stessero cacciando sé stessi,
Israele apre un ufficio governativo dedicato proprio alla cacciata dei palestinesi,
che però chiama con cinismo “emigrazione volontaria”.
Un nome elegante per quello che è nei fatti: un programma di espulsione pianificata.
Il ministro delle Finanze Smotrich vuole arrivare a 10.000 espulsioni al giorno.
Il ministro della Difesa Katz promette che tutto avverrà nel “rispetto del diritto internazionale”.
Ma la realtà è sotto gli occhi di tutti.
È un’operazione lenta, sistematica, sorvegliata.
La chiamano “partenza volontaria”, ma è uno sradicamento senza ritorno.
Stiamo assistendo a un progetto di svuotamento etnico.
E si sta consumando davanti ai nostri occhi.
https://www.instagram.com/p/DHv2wZ8NVOK/?igsh=MWtkbTBlanJ5d3Qwag==
Oltre 1.000 abitanti di Gaza sono già stati espulsi dalla Striscia all’inizio di marzo.
Altri 600 stanno partendo in queste ore, secondo la tv pubblica israeliana Kan.
Malati, feriti, famiglie spezzate.
Condotti uno a uno al valico di Kerem Shalom, ispezionati, poi instradati verso Rafah, il Ponte di Allenby in Giordania o l’aeroporto di Ramon, nel deserto del Negev, vicino a Eilat, nel sud di Israele.
Una volta fuori, viene detto loro: “Non è certo che potrete mai tornare.”
Nel frattempo, mentre voi vi dividete sulle proteste anti-Hamas a Gaza, pagate da Ramallah e Tel Aviv,
come se i palestinesi stessero cacciando sé stessi,
Israele apre un ufficio governativo dedicato proprio alla cacciata dei palestinesi,
che però chiama con cinismo “emigrazione volontaria”.
Un nome elegante per quello che è nei fatti: un programma di espulsione pianificata.
Il ministro delle Finanze Smotrich vuole arrivare a 10.000 espulsioni al giorno.
Il ministro della Difesa Katz promette che tutto avverrà nel “rispetto del diritto internazionale”.
Ma la realtà è sotto gli occhi di tutti.
È un’operazione lenta, sistematica, sorvegliata.
La chiamano “partenza volontaria”, ma è uno sradicamento senza ritorno.
Stiamo assistendo a un progetto di svuotamento etnico.
E si sta consumando davanti ai nostri occhi.
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Nel silenzio generale, il rastrellamento finale è già cominciato.
Oltre 1.000 abitanti di Gaza sono già stati espulsi dalla Striscia all’inizio di marzo.
Altri 600 stanno partendo in queste ore, secondo la tv pubblica israeliana Kan.
Malati, feriti, famiglie spezzate.
Condotti uno a uno al valico di Kerem Shalom, ispezionati, poi instradati verso Rafah, il Ponte di Allenby in Giordania o l’aeroporto di Ramon, nel deserto del Negev, vicino a Eilat, nel sud di Israele.
Una volta fuori, viene detto loro: “Non è certo che potrete mai tornare.”
Nel frattempo, mentre voi vi dividete sulle proteste anti-Hamas a Gaza, pagate da Ramallah e Tel Aviv,
come se i palestinesi stessero cacciando sé stessi,
Israele apre un ufficio governativo dedicato proprio alla cacciata dei palestinesi,
che però chiama con cinismo “emigrazione volontaria”.
Un nome elegante per quello che è nei fatti: un programma di espulsione pianificata.
Il ministro delle Finanze Smotrich vuole arrivare a 10.000 espulsioni al giorno.
Il ministro della Difesa Katz promette che tutto avverrà nel “rispetto del diritto internazionale”.
Ma la realtà è sotto gli occhi di tutti.
È un’operazione lenta, sistematica, sorvegliata.
La chiamano “partenza volontaria”, ma è uno sradicamento senza ritorno.
Stiamo assistendo a un progetto di svuotamento etnico.
E si sta consumando davanti ai nostri occhi.
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